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Dal 28 Febbraio al 30 Giugno 2009
Marina Brasili
Waiting for Nina

È notte. Fuori fa freddo e dentro si sta fermi, così fa ancora più freddo. I respiri appannano i finestrini, non si vede quasi niente, solo luci che diventano lampi slabbrati e macchie colorate. Si riflettono sui volti lividi, sfumati, ne illuminano metà. Fuori si distingue solo l’insegna luminosa di un supermercato, l’immagine ingrandita di un viso di donna che forse è una pubblicità, forse la vetrina di un parrucchiere. Diventano punti di riferimento da controllare, gli unici, sempre che restino fermi al loro posto, ancora visibili. E poi altre macchine, altri finestrini, forse qualcun altro nascosto dentro. Fuori fa freddo, dentro fa ancora più freddo ma si resta dentro, è più sicuro, meglio continuare a guardare dal finestrino un mondo che sta scomparendo. Aspettare non ha una fine, un compimento, aspettare si aspetta per sempre. Ci si scambia qualcosa, chissà cosa, mani illuminate davanti al cruscotto in ombra, due mani che sembrano quelle che si sono passate la vita, tanto tempo fa, dito contro dito, ma no, qui forse è il contrario, nel buio delle macchine delle strade delle città avvengono i traffici peggiori, ma no, è solo un pacchetto di sigarette, niente di male dopotutto, il male è banale questo si sa ma il bene, allora, com’è. Gli sguardi sono in camera, allusivi, ambigui, mantengono segreti. A aspettare si notano meglio le cose, i particolari, la macchina diventa un universo a passarci dentro un po’ di tempo. Occupa tutto il campo visivo, delimita l’orizzonte, organizza lo spazio e l’immagine, gli specchietti il volante l’assicurazione attaccata al parabrezza le strisce sul lunotto la stoffa dei sedili, non c’è niente di più reale. A aspettare tutto diventa importante, tutto tranne quello che si sta aspettando, smarrito in un futuro sempre più lontano, sempre meno concreto. Aspettare dura all’infinito, gli attimi sono immobili come quelli di Zenone, immobili e istantanei come fotografie. Ci si guarda cercando cenni d’intesa, orari e luoghi stabiliti. Tornano alla mente immagini di film, tutto è così vero, così presente che sembra finto. Gli sguardi sono fissi e sfuggenti, nascondono e contemporaneamente interrogano, cercano il motivo di una presenza che fingono di conoscere e occultare. I corpi sono sezionati, rimangono solo i busti, solo i volti, solo pezzi di volto, solo mani e ginocchia: sezionati come quando si guarda fuori dai finestrini di una macchina, il mondo si piega a essere visto solo attraverso una cornice, come succede con le fotografie.

Donata Panizza

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